IL GIURAMENTO DI PONTIDA
TRA LEGGENDA E REALTA'

di di Elena Percivaldi - Tratto da Quaderni Padani Anno lV, N. 16 - Marzo-Aprile 1998


Le nozze di Alberto da Giussano tratta dal film Barbarossa di Renzo Martinelli

Introduzione

Ogni anno ormai è un’abitudine per molti padani ritrovarsi insieme sul prato di Pontida per rinnovare un giuramento che tanti secoli fa, secondo la tradizione il 7 aprile 1167, vide i rappresentanti delle città lombarde allearsi contro un comune nemico, l’imperatore Federico Barbarossa, oppressore delle libertà comunali. Purtroppo, a quanto sembra, quello storico terreno è stato da poco acquistato per essere trasformato in area edificabile. Un evento a cui tutti noi eravamo profondamente legati rischia di non poter essere più celebrato. Di esso ci rimarrà forse solo la memoria. Cerchiamo allora di ripercorrere la storia del giuramento di Pontida per stabilire cosa effettivamente accadde quel giorno di primavera del lontano 1167. Le fonti del tempo non sono chiare o addirittura tacciono, cosicché è difficile districarsi tra realtà e leggenda. Il giuramento, indubitabilmente, ci fu. Tuttavia non siamo sicuri del luogo dove avvenne. La tradizione ci suggerisce il nome di Pontida. Ma la verità è ancora lontana dall’essere definitivamente stabilita.

Perché un giuramento tra comuni?

Prima di parlare di Pontida, è forse utile fare qualche passo indietro per vedere brevemente gli antefatti storico-politici che portarono i Comuni ad opporsi con fermezza all’imperatore tedesco (1). Federico I Hohenstaufen, detto il Barbarossa, discendeva dalle schiatte di Baviera e di Svevia ed era stato messo sul trono proprio per pacificare queste due casate, da anni in lotta per il potere. Le contese avevano in pratica causato la spaccatura della Germania in due fazioni, la guelfa (seguace della parte Bavarese) e la ghibellina (fautrice degli Svevi). Alla morte di Corrado III, nel 1152, Federico era stato scelto per mettere fine a questi contrasti e riportare un po’ di stabilità e un miglioramento all’immagine imperiale, sempre più sbiadita. E Federico era l’uomo giusto al posto giusto: descritto da tutti come una persona molto autoritaria, cercò da subito di rilanciare il ruolo di un Impero che, soprattutto in Italia, stava perdendo sempre più terreno a favore dei Comuni. Nel Nord Italia, infatti, le città non avevano mai smesso si essere punti di riferimento economico, politico e culturale (2); grazie alla enorme espansione economica in atto tra il X e l’XI secolo, accanto alla tradizionale aristocrazia fondiaria che aveva la sua base nella proprietà terriera, si erano sviluppati nuovi ceti sociali, costituiti da mercanti, artigiani, banchieri, notai. Erano ceti ricchi e influenti che, approfittando della lontananza dell’imperatore e delle difficoltà in cui versava la sua autorità, iniziarono presto a rivendicare molte di quelle funzioni di governo che spettavano al potere centrale. Le lotte per il potere in Germania avevano favorito queste spinte autonomistiche, e i Comuni padani erano riusciti ad esercitare di fatto (se non ancora di diritto) molti poteri, erodendoli dall’autorità imperiale. Tra la fine dell’XI e la prima metà del XII secolo molte città padane si erano costituite in Comuni creando un’apposita magistratura collegiale, il consolato (3). Alla vigilia dell’incoronazione del Barbarossa, i Comuni imponevano tasse, esercitavano diritti di mercato, amministravano la giustizia e controllavano le vie di comunicazione. Tra di essi, Milano aveva ben presto conquistato l’egemonia e imponeva la sua autorità anche sulle città circostanti. Soprattutto erano i Lodigiani, la cui città i Milanesi avevano distrutto poco prima, a non poterne più sopportare la prepotenza. Due messi di Lodi si recarono pertanto dal Barbarossa a Costanza e lo pregarono di intervenire contro Milano: fu così che egli decise di scendere in Italia per riconquistare il controllo della situazione e per riprendersi tutte quelle regalie che i Comuni gli avevano strappato. A Roncaglia, nel 1154, proclamò solennemente i suoi diritti, distrusse Asti, Chieri e Tortona che gli si opponevano e si recò a Roma dove, dopo aver rimosso la magistratura comunale approntata dall’“eretico” Arnaldo da Brescia, fu incoronato da papa Adriano IV. Nel 1158, di nuovo a Roncaglia, assistito da quattro dottori di diritto dello Studium di Bologna, il nuovo imperatore rivendicò tutte le regalie che gli spettavano, in particolare il diritto di batter moneta, di imporre tasse, di nominare magistrati e di riscuotere i proventi delle condanne. Soprattutto,proibì le leghe e le alleanze tra i Comuni (4). Le città che rifiutarono questi provvedimenti furono distrutte. Milano fu assediata nell’inverno 1161-1162 e, costretta a capitolare, fu rasa al suolo, i suoi abitanti dispersi. Ma proprio a questo punto le stesse città che avevano chiesto l’intervento del Barbarossa contro Milano si accorsero della gravità della situa-zione: rischiavano di perdere tutte le proprie libertà. Dopo la vittoria di Federico infatti, tutti i Comuni (anche quelli a lui alleati) avrebbero dovuto restituirgli tutte le regalie - pena il pagamento di forti somme - e sottostare alle angherie dei podestà e dei messi imperiali. Si creò così un forte movimento di opposizione da parte dei Comuni, al quale aderì anche il papa Alessandro III, da sempre avversario dello Svevo e ora timoroso del suo potere. Il Barbarossa reagì deponendo il pontefice e sostituendolo con un antipapa di sua creazione, Vittore IV, ma Alessandro, ottenuto l’appoggio di altre potenze straniere preoccupate della forza di Federico, si alleò coi Comuni che nel frattempo si erano stretti in varie coalizioni. Nel 1164 i Comuni veneti avevano creato la Lega Veronese (5), e nel 1167 alcuni di quelli lombardi avevano formato la Lega Cremonese con l’intento di far ritornare i Milanesi nella loro città - provocando così l’imperatore (6). Questo patto fu sancito, secondo la tradizione, il 7 aprile 1167 nel monastero di Pontida, una località del bergamasco. Le due leghe poi si riunirono, dando vita alla formidabile Societas Lombardiae, il primo dicembre dello stesso anno (7). Nove anni dopo, il 29 maggio 1176, a Legnano, la Lega Lombarda avrebbe clamorosamente sconfitto il Barbarossa e lo avrebbe costretto a più miti consigli.

Qualche breve nota sul monastero

Il monastero di Pontida fu fondato da Alberto da Prezzate, un uomo appartenente ad una ricca famiglia lombarda di cui si hanno notizie fino al 1095, anno della sua morte. Di lui non si a molto: dopo la sua scomparsa, la sua figura fu subito mitizzata; l’unica biografia del tempo fu compilata alla fine del XII secolo ma è andata perduta. Tuttavia esistono quindici documenti nell’archivio del monastero di S.Bassiano che lo citano, e possediamo il suo sarcofago (databile alla prima metà del XII secolo, di fattura borgognona) e una dedica autografa di Alberto ai suoi confratelli di Pontida. Il monastero fu fondato l’8 novembre 1076: Alberto da Prezzate donava al monastero di S.Pietro in Cluny un terreno arativo sito in Pontida sul quale era fabbricata una chiesa in onore della Vergine Maria, di S.Giacomo e dei Santi Bassiano e Nicola, con case, massarici, vigne, prati, pascoli, selve, selve di castagni, al fine di costruirvi un monastero (8). Il priorato di Pontida all’interno dell’ordine cluniacense è accettato da Ugo di Cluny nel 1088, anno in cui lo stesso Ugo nomina Alberto priore del monastero. Da allora, è un continuo susseguirsi di donazioni da parte soprattutto di ricche famiglie milanesi, che rimpinguano il patrimonio del monastero e lo rendono assai ricco: i suoi possedimenti travalicano l’Adda e si estendono nel Bresciano, nel Lecchese, nel Cremasco e persino nel Lodigiano. I vescovi di Lodi e Cremona inoltre fanno dono di decime. Questa prosperità permette ai monaci nel 1095 di consacrare, grazie all’opera del vescovo di Piacenza, la nuova chiesa di S.Giacomo. Pontida si trova sulla strada tra Brivio e Bergamo, un’arteria molto battuta sin dall’epoca tardo antica. Proprio grazie alla sua collocazione geografica, questa località diventa presto un centro di forte interesse per le famiglie milanesi, anche in virtù della sua posizione di confine tra il contado milanese e quello bergamasco, che le dà importanza come zona strategica. Famiglie come i Da Vicomercato, i Da Carcano e i Da Besana fanno al monastero numerose donazioni fondiarie e contribuiscono attivamente alla sua vita e alle sue fortune. Uno degli atti più emblematici che testimoniano l’attenzione dei Milanesi per il monastero è costituito dalla concessione dell’esenzione dagli oneri e dalle gravezze al convento di S. Giacomo nel 1119 (9): per l’occasione, tutti i Milanesi si radunarono nel vecchio teatro per sancire una azione che doveva essere soprattutto politica, fatta allo scopo di ingraziarsi i monaci di Pontida. La manovra si rivelò efficace: durante il periodo che precedette la distruzione di Milano ad opera del Barbarossa, infatti, mentre molte altre città lombarde cercarono di ostacolare il “capoluogo”, Pontida rimase ad esso fedele. Del resto, Milano era per i monaci un centro economico molto importante, dato che già dal 1130 essi vi possedevano una casa (cioè un avamposto per permettere lo sfruttamento delle vie commerciali e dei mercati cittadini). Il monastero di Pontida infine si dimostrò più volte un rifugio sicuro per i fuoriusciti Milanesi: sembra infatti che lì morisse uno dei capi patarini fuggito alla repressione, e che durante l’assedio di Milano, nell’inverno 1161-62, vi si rifugiasse nientemeno che Pinamonte da Vimercate, uno dei personaggi chiave della Lega anti-Barbarossa. Tutti questi fatti sono molto importanti: proprio la longa manus dei proprietari fondiari e delle élite milanesi su Pontida e la fedeltà più volte dimostrata a Milano dai monaci avrebbe fatto cadere la scelta del luogo del famoso giuramento su questa quasi sconosciuta località del contado bergamasco e l’avrebbe fatta diventare il punto di partenza del riscatto dei Comuni contro l’imperatore tedesco. Pontida e la Lega tra strumentalizzazioni risorgimentali e celebrazioni nazionaliste Durante il Risorgimento, tutta la storia della Lega Lombarda fu esaltata dai “patrioti” italiani come una prefigurazione e un esempio da seguire in vista della liberazione dallo straniero: allora si trattava di battere il Barbarossa, ora era il momento di cacciare fuori gli austriaci. Pontida divenne per tutti il simbolo dell’unità e dell’indipendenza nazionale; poeti, librettisti d’opera, romanzieri, musicisti, artisti di ogni genere colsero questo ed altri episodi significativi della lotta dei Comuni contro l’imperatore per riaccendere negli animi l’amore per la libertà. L’alfiere di questo sentire fu senz’altro Giovanni Berchet. Nel 1829 pubblicò, nella raccolta Fantasie, anche la celeberrima ballata Il Giuramento di Pontida. Vi raccontava il sogno del poeta che vede, come in una visione, i rappresentanti dei Comuni lombardi radunati sulla piana mentre si giurano reciprocamente fedeltà e promettono di far fronte comune contro il nemico:

L’han giurato. Gli ho visti in Pontida
Convenuti dal monte, dal piano.
L’han giurato; e si strinser la mano
Cittadini di venti città.
Oh, spettacol di gioia! I Lombardi
Son concordi, serrati a una lega.
Lo stranier al pennon ch’ella spiega
Col suo sangue la tinta darà
(10).

Al di là della retorica, questo componimento è una delle tante testimonianze della scarsa qualità poetica dei nostri verseggiatori romantici; tuttavia, se il risultato artistico (con buona pace di quanti, come il Mazzini, la consideravano un capolavoro) lascia un po’ a desiderare, pienamente riuscito fu l’intento: i versi diventarono subito popolarissimi e si diffusero un po’ ovunque. Appellarsi agli ideali di riscatto di una libertà e di un’indipendenza calpestate era la carta vincente per infiammare gli animi delle folle. Ecco come Giuseppe Garibaldi concluse il suo discorso, fatto ai bergamaschi il 3 agosto 1848 allo scopo di incitarli alla rivolta contro lo straniero:
“Bergamo sarà il Pontida della generazione presente e DIO vi condurrà a Legnano!” (11). Qualche anno dopo, il 7 giugno 1859, l’“eroe dei due mondi” volle visitare di persona il monastero e, forse ricordando il suo discorso bergamasco, esclamò: “Oh quante volte pronunziai il nome di Pontida, rievocando la sua con altre glorie d’Italia per infiammare gli animi de’ miei compatrioti e de’ miei volontari!” (12).

Anche se non vedono Pontida protagonista, si possono citare, per farsi un’idea del clima di quegli anni, le innumerevoli opere teatrali (tra cui spicca La Battaglia di Legnano (13) di Giuseppe Verdi su libretto di Salvatore Cammarano), i romanzi (come La Lega Lombarda (14) di Massimo D’Azeglio), le poesie (celeberrima La Canzone di Legnano (15) del Carducci), i quadri dello stesso D’Azeglio, di Francesco Hayez e di Amos Cassioli (16). Ormai in tutte queste rivisitazioni di storico c’era ben poco, mentre grande spazio si lasciava all’immaginazione e all’esaltazione eroica dei personaggi che avevano partecipato agli eventi. Pontida e la Lega Lombarda erano diventate leggenda. Spesso e volentieri, poi, agli artisti si univano gli storici, preoccupati di fornire solide basi alle argomentazioni unitariste e patriottiche. Ecco un assaggio di un brano di Luigi Tosti, abate benedettino come i monaci di Pontida, ma napoletano: “Il dì settimo di aprile dell’anno 1167 fu il tempo, la Badia di S. Giacomo di Pontida il luogo destinato a’ salutari congressi. Monaci di S. Benedetto abitavano quella famosa Badia. Fortunati Monaci, deputati dai Cieli ad ospiti della raminga libertà d’Italia ! Essi avevano ricevuto nel V secolo dalle mani del Romano S. Benedetto sul Monte Cassino il codice della Romana libertà, nel XII lo restituivano alla patria nella Badia di Pontida” (17). Onestamente, neanche il “nostro” Carlo Cattaneo seppe evitare la retorica, anche se, da buon lombardo, le sue parole sono assai meno vuote ed ampollose: “Dopo che per cinque anni (i Milanesi) ebbero sofferto i più gravi disagi, apparve un giorno fra i loro tugurj un frate del convento di Pontida, seguito da squadre d’armati delle vicine città. Veniva a ricondurli entro le mura e a rialzarle. Tre anni dopo, la potenza e la perseveranza di Federico erano finalmente domate sul campo di Legnano (...)” (18).


L’assalto a Crema del 1159 in cui il Barbarossa aveva fatto legare degli ostaggi alla torre d’assalto

A unità ormai conquistata, lentamente i motivi patriottico-risorgimentali vennero meno. Ma alla fine del secolo stava di nuovo tirando una brutta aria. Stavano nascendo in tutta Europa le spinte nazionaliste che avrebbero di lì a poco condotto il continente alla “grande guerra”, all’avvento delle dittature, del nazismo e del fascismo. Nel 1900 fu inaugurata la famosissima statua di Alberto da Giussano a Legnano, opera di Luigi Butti. Era una sinistra prefigurazione di quanto stava per accadere. Nel 1914 scoppia la guerra. Si confronta la lotta di tanti secoli prima contro il Barbarossa con “il grandioso aggruppamento di popoli che combattono contro gli Imperi Centrali” (19): il 7 aprile 1918, in occasione della commemorazione in onore degli studenti caduti per la patria tenuta a Pontida, l’allora Ministro delle Finanze Filippo Meda esclama: “Pontida è la volontà, Legnano l’azione: e significa che la vittoria non sorride a chi non agisce; ma che non si agisce in modo da conseguire la vittoria se non si sia prima voluto, fortemente voluto - giurato di volere - come i nostri padri della Lega fecero. (...) Lo si ripeta dunque ancora una volta, e voli l’ammaestramento dal chiostro di Pontida a tutta l’Italia: è l’ora del cimento estremo: prepariamoci tutti con purezza di cuori, con fermezza di animi, con fede alta e sincera nella giustizia e nel diritto; così e non altrimenti i petti dei nostri soldati diverranno un baluardo insormontabile contro il quale verranno a frangersi le rinnovate cupigdigie alemanne” (20).

Queste parole sono tanto più significative perché sono pronunciate pochi mesi prima della vittoria decisiva di Vittorio Veneto. Dello stesso tono gli interventi di altri luminari dell’epoca, tra cui Francesco Torraca (21), Isidoro Del Lungo ( 22) e addirittura Guglielmo Marconi, che afferma risoluto: “Dal ricordo storico di Pontida e di Legnano togliamo ammaestramento per vieppiù unire i nostri cuori e le nostre forze in questi epici momenti, così da preparare una pronta definitiva Legnano che liberi la nostra terra dal barbaro oppressore fino ai suoi naturali confini”(23 ). Pontida è per tutti il momento supremo del riscatto della Patria: “Pontidae nomen, Italiae omen” ( 24). È chiara, dopo tutte queste esagerazioni retoriche, la difficoltà di appurare cosa sia effettivamente successo in quel lontano giorno di tanti secoli fa. Per cercare di stabilirlo, dovremmo provare ad interrogare le fonti coeve. Nel farlo, però, si rimane piuttosto sorpresi: quasi tutte parlano di un giuramento tra città “lombarde”, ma nessuna nomina neanche in modo indiretto il monastero di Pontida. Le nostre fonti sul giuramento di Pontida Quasi tutte le cronache sono concordi nel dire che nell’anno 1167 alcuni Comuni lombardi decisero di stringere un patto di alleanza per difendersi meglio dal Barbarossa. Il milanese Sire Raul ad esempio racconta che un procuratore dell’imperatore venne a sapere che i Veronesi avevano stretto un patto con alcune città lombarde; il monaco Ilarione, biografo di Galdino (l’arcivescovo di Milano tra i primi promotori della riscossa) racconta che i Lombardi decisero di ribellarsi all’imperatore ricostruendo Milano, da lui rasa al suolo nel 1162; lo stesso dice il vescovo Sicardo di Cremona (25). 


Miniatura della
Cronica di Giovanni Villani rappresentante una battaglia con il Carrocio in secondo piano

Il vescovo Ottone di Frisinga, zio del Barbarossa e autore delle importantissime Gesta Friderici, morì nel 1158 e non potè parlare della Lega Lombarda; lo fece però il suo segretario e continuatore Rahewino: “I Cremonesi, i Bresciani, i Milanesi che avevano fatto rientro in città, i Lodigiani, i Bergamaschi e i Mantovani, confederatisi con i nemici dell’Impero, si ribellarono”(26). L’anonimo autore degli Annales Mediolanenses Minores la prende un po’ più alla larga: “Nel mese di Novembre 1166 l’imperatore Federico entrò in Lombardia, giunse a Brescia e devastò tutti i campi e le coltivazioni nei dintorni di Brescia e Bergamo, fino ai monti. Poi lasciò Roma con l’esercito, incendiò il portico e un’ala della Basilica di San Pietro e assediò la città; dopo che molti da ambo le parti ebbero trovato la morte e dopo aver ricevuto degli ostaggi, se ne andò. A questo punto (e siamo nel 1167) i Lombardi tutti insieme strinsero vicendevolmente un’alleanza e giurarono. L’imperatore tornò allora a Pavia e cercò di sciogliere i patti e il giuramento dei Lombardi. E poiché non ci riuscì, se ne tornò in Germania” (27). Un po’ diverso il resoconto dell’Annalista guelfo di Piacenza: “Il giorno giovedì 27 aprile1167 le città della Lombardia stipularono insieme un giuramento, e i Milanesi immediatamente se ne tornarono in città, ricostruirono Tortona e innalzarono Alessandria” (28). Il giuramento viene perciò messo in rapporto con il rientro dei Milanesi nella loro città dopo che questa era stata rasa al suolo dal Barbarossa nel 1162. Riecheggia o è riecheggiata in queste parole anche la narrazione dello stesso avvenimento fatta da Muzio di Modoetia (Monza), ghibellino e quindi di parte opposta: “Giovedì 27 aprile 1167 le città della Lombardia fecero insieme un patto; i Milanesi tornarono subito nella loro città, riedificarono Tortona e costruirono Alessandria”(29). La corrispondenza è quasi letterale. Entrambi questi cronisti e l’Annalista milanese (30) pongono nella stessa data il ritorno dei Milanesi; tuttavia quest’ultimo non concorda con gli altri due circa la data del giuramento, che viene invece lasciata nel vago. Non parla del giuramento ma solo (e con toni patetici) della rientrata dei Milanesi un altro Annalista indigeno: “Nel frattempo, dopo che molti profughi avevano trasportato le loro cose alcuni nelle vicinanze di Milano, altri a Como, altri a Novara, altri a Pavia, altri a Lodi, altri ancora in campagna, arrivarono per primi i Bergamaschi e poi i Bresciani e i Cremonesi, il 27 aprile 1167, e li ricondussero in città. Dopo questo fatto, l’arcivescovo Galdino, che si trovava dal papa Alessandro, giunse il 5 settembre” (31). Ma il più loquace di tutti, dato che ci racconta anche il contenuto del patto, è l’Anonimo continuatore di Acerbo Morena, di Lodi come il suo predecessore. La sua opera ci è giunta in svariati codici; proprio per questo episodio abbiamo due diverse redazioni, una più lunga, l’altra più sintetica, entrambe sostanzialmente concordi. Ecco il suo resoconto nella versione più estesa: “I Milanesi, poiché erano oppressi molto di più degli altri Lombardi e dato che non ritenevano di poter liberarsi né vivere in nessun modo, alla fine si incontrarono con i Cremonesi, i Bergamaschi, i Bresciani, i Mantovani e i Ferraresi. Dopo che tutti si furono radunati, e dopo essersi raccontati a vicenda tutte le angherie e i soprusi che venivano loro imposti dai procuratori e dai rappresentanti dell’imperatore, decisero che, in caso di necessità o in mancanza di altra scelta, sarebbe stato meglio morire con onore piuttosto che continuare a vivere in modo così basso e disonorevole. Dunque tutti insieme giurarono e strinsero un patto col quale ogni città aderente si impegnava a soccorrere le altre qualora l’imperatore, i suoi procuratori o i suoi rappresentanti avessero voluto senza motivo angustiare o danneggiare qualcuna di esse. E lo giurarono con fermezza, mantenendo salva tuttavia – così dicevano apertamente - la fedeltà all’imperatore (...) Finita la riunione, tutti se ne tornarono a casa soddisfatti” (32). In tutte le fonti esaminate finora, mai una volta si fa il nome di Pontida. E neanche la data del patto corrisponde a quella tradizionale: non il 7, ma il 27 aprile 1167. Di quest’ultimo giuramento inoltre non possediamo nemmeno il testo originale(33), ma ne conosciamo il contenuto grazie al continuatore di Acerbo Morena. Chi fu dunque a tirare fuori il nome di Pontida e a stabilire il 7 aprile 1167 come data dell’epico raduno? Il primo fu il milanese Bernardino Corio nella sua Historia Patria (Storia di Milano) apparsa nel 1503. Dice infatti il Corio: “Per il che Milanesi, li quali più che veruno altro de Lombardia erano aflicti in modo che fugire non ardivano né stare potevano, deliberarono de fare uno concilio inscieme con Cremonensi, Bregamaschi, Bressani, Mantuani e Ferraresi, li quali al septimo d’aprile in el templo di Sancto Iacobo in Pontida nel Bergamascho convenendosi, furono recitate per ciascuno le recevute ingiurie, le quale sopportandole, cognosceano più non potere vivere, per il che ad ogniuno pareva essere melio con honore una sola volta morire che sotto di tanta tyrannide vivere” (34).


Il papa Alessandro III riceve il messo del Barbarossa. Affresco di Spinello Aretino

Da questa narrazione attinge dichiaratamente Carlo Sigonio, storico modenese, nel 1584: “Sistemate queste cose, i rappresentanti di ogni singola città si ritrovarono il 7 aprile presso il monastero di Pontida, tra Milano e Bergamo. (...) Quindi con decisione comune conclusero un patto con questo motto, che cioè avrebbero difeso con le armi comuni la propria libertà” (35). La narrazione dello storico milanese in particolare riecheggia abbastanza vistosamente quella del continuatore del Morena, ma retrocede la data di una ventina di giorni. Perché questa di-screpanza con le fonti? Impossibile stabilirlo con certezza. O il Corio possedeva un manoscritto della cronaca con una trascrizione della data erronea (ipotesi tuttavia paleograficamente poco giustificabile) oppure attinse da una fonte a noi ignota o andata perduta nel corso dei secoli. Questa ipotetica fonte doveva comunque essere sparita poco dopo l’utilizzo da parte del Corio se Ludovico Antonio Muratori nel Settecento non la conosceva (36). Fatto sta che dal Corio in poi Pontida entrò nella tradizione. Poiché nessuno parla di Pontida prima di lui, è difficile dire se ci sia da credergli oppure no. Nella prefazione della sua opera egli sostiene che la verità è l’anima della storia e afferma di aver curato con diligenza le fonti utilizzate e gli avvenimenti narrati. Tuttavia più di una volta si sofferma a raccontare episodi  assolutamente poco attendibili e particolari biografici pressoché inventati. Chi ci impedisce di pensare che anche per Pontida non abbia fatto lo stesso? Comunque la si pensi, bisognerebbe tener conto del fatto che il Corio, vissuto alla corte Sforzesca, fu incaricato di scrivere la storia di Milano da Ludovico il Moro, che mise a sua disposizione gli archivi  (37). Il Corio potrebbe in effetti aver preso visione di un documento autentico per noi perduto. Un’altra fonte in giudicabile dal punto di vista dell’attendibilità è il brano, contenuto in un codice oggi irreperibile, che conteneva un catalogo di vescovi milanesi e che fu utilizzato ai tempi di S. Carlo Borromeo per ricostruire la storia della diocesi. Al nome di Oberto Pirovano, vescovo appunto ai tempi della costituzione della Lega Lombarda, si legge: “Questo arcivescovo, uomo di somma prudenza, dopo aver tenuto una riunione con le città confinanti nella chiesa di S.Giacomo di Pontida, nel Bergamasco, allo scopo di promuovere la ricostruzione della città di Milano, portò felicemente a termine il suo desiderato progetto, ma, raggiunto in anticipo dalla morte, non potè portare a termine la sua iniziativa” (38). Il codice originale che conteneva questo scritto è introvabile, malgrado le accurate ricerche fatte alla Biblioteca Vaticana; tuttavia esso fu riprodotto e dato alle stampe prima dello smarrimento del manoscritto. Non è perciò possibile oggi controllare l’esattezza e l’attendibilità della testimonianza (l’unica relativamente antica oltre a quella fornita dal Corio): l’enigma resta così senza soluzione. La situazione oggi: un problema irrisolvibile? Purtroppo dunque non esiste alcun documento autentico che provi l’esistenza del giuramento di Pontida. Ma se ciò è vero, lo è altrettanto che non esiste alcun documento che provi il contrario (39). La questione dunque non è affatto risolta, né, temiamo, lo sarà mai. Un sussulto a dire il vero lo si ebbe, ed in piena tempesta risorgimentale, nel 1854, quando, mentre si stavano eseguendo degli scavi nei pressi del monastero di Pontida, venne alla luce una testimonianza che sembrava fugare ogni dubbio circa la veridicità storica dell’avvenimento. Si trattava di quattro lapidi antiche che recavano la seguente iscrizione: I lapide: “Federatio/ longobarda/Pontide”; II lapide: “Die/VII apri-lis/MCLXVII”; III lapide: “Sub ausp./Alexandri III/P.M.”; IV lapide: “Monaci/posuere” (40).Inutile dire che intorno al ritrovamento si scatenò una vera e propria bagarre di eruditi, storici, patrioti e cultori di memorie locali. Tuttavia fu presto dimostrato che le lapidi, incise con lettere gotiche, erano assai più tarde: l’unica cosa che documentarono fu che la leggenda di Pontida nacque e si diffuse successivamente all’evento. Oggi però molti sono disposti ad ammettere la veridicità storica del giuramento di Pontida. Tra questi, c’è il D. Paolo Lunardon, o.s.b., che arreca tutta una serie di possibili argomenti afavore (41): oltre a fatti storici e a parentele, ricorda la stretta relazione che esisteva tra questo monastero della bergamasca e la città di Milano. La posizione ufficiale della storiografia resta comunque una non-posizione: la maggior parte degli storici più quotati si limita ad ignorare l’avvenimento (42) oppure dà ad esso uno scarsissimo rilievo. Questo atteggiamento del resto non ci stupisce più di tanto, soprattutto se teniamo presente il modo in cui generalmente sono trattati gli argomenti, i fatti e i personaggi

che hanno fatto la storia della Padania a partire dalle epoche più remote: quasi sempre oggetto di una visione storiografica distorta e faziosa, lontani dall’essere valorizzati in tutta la loro importanza. Di questo modo di fare storia anche Pontida è stata vittima. Malgrado infatti manchino prove inoppugnabili e definitive, alcuni studiosi ne rifiutano la realtà storica (43). Chissà perché, Pontida andava bene solo quando (come durante il Risorgimento o l’epoca nazionalista) poteva essere usata come simbolo di unità nazionale: non importa se si commetteva un falso storico clamoroso nello spacciare i rappresentanti dei Comuni riuniti sulla piana come i progenitori di Cavour, Mazzini, Garibaldi e compagnia bella. Quei guerrieri medievali infatti non solo non avevano (né potevano avere) alcun concetto di unità nazionale - dato che per loro il termine “patria” era applicabile al più alla città di origine, ed anzi spesso c’era dell’astio non solo tra abitanti di città tra loro vicine, ma anche tra abitanti della città e rustici del contado da loro dipendenti - , ma probabilmente, per tutta una serie di motivi storici, economici, culturali e, perché no, d’interesse, dall’averlo se ne guardavano bene. La volontà di falsificare la storia - o perlomeno di distorcerla - ha fatto sì che la Padania per secoli non conoscesse veramente il proprio passato. Anche per questo, dunque, far luce su Pontida è un’impresa. Oggi più che mai, inoltre, è un rischio. Qualcuno infatti ha pensato di riportare in auge il giuramento per uno scopo sicuramente più consono allo spirito originario dal quale e per il quale era nato: la volontà da parte di singoli popoli oppressi di lottare contro il proprio oppressore. Un simbolo, dunque, di libertà, che può mettere a repentaglio un castello di carta creato a tavolino in meno di un secolo e mezzo e che oggi si rivela in tutta la sua drammatica fragilità. Anche se nessuno è in grado di dire la parola definitiva su tutta la questione, che il giuramento sia avvenuto proprio a Pontida, malgrado il silenzio secolare delle fonti - che peraltro, si sa, sono spesso soggette a mutilazioni, scomparse e distruzioni più o meno volontarie -, secondo noi è assai probabile. Un indizio importante è dato anche dagli ottimi rapporti tra la città di Milano e il monastero, vero e proprio baluardo nei momenti di riscatto, rifugio dei fuoriusciti che lottavano per la riconquista delle libertà cittadine. In qualunque modo la si pensi, per noi è bello pensare che un giorno di primavera di oltre otto secoli fa un manipolo di uomini coraggiosi decise di unirsi per mettere la parola “fine” allo sfruttamento e alle prepotenze di cui erano vittime. In questo senso, forse - e indipendentemente dalla veridicità storica dell’episodio - Pontida e la Lega Lombarda possono ancora insegnare qualcosa ai padani d’oggi: fin tanto che essi rimasero uniti, non vi fu mai nemico abbastanza potente in grado di opporsi alle loro forze.


Il Carroccio alla battaglia di Legnano, particolare di un dipinto di Massimo d’Azeglio

NOTE:

1) Per una biografia dell’imperatore e per la storia di questi anni si possono consultare Ferdinand Opll, Federico Barbarossa (Genova: ECIG, 1994) o anche Franco Cardini, Il Barbarossa. Vita, Trionfi e Illusioni di Federico I Imperatore(Milano: Arnoldo Mondadori Editore, 1985).

2) Si veda Henry Pirenne, Le città del Medioevo (Bari: Laterza, 1974).

3 ) Pisa nel 1081, Asti nel 1095, Arezzo nel 1098, Genova nel 1099, Pistoia e Ferrara nel 1105, Cremona nel 1112, Lucca nel 1115, Bergamo nel 1117, Bologna nel 1123, Mantova e Piacenza nel 1126, Modena nel 1135, Verona nel 1136,ecc. Si veda P.Brezzi, I Comuni cittadini: origini e primitiva costituzione (Milano: ISPI, 1939). Per ciò che concerne Milano, il primo atto che menziona la presenza del consolato (e quindi, ufficialmente, del Comune) è del 1095 (si veda l’edizione ne Gli Atti Privati Milanesi e Comaschi a cura di Cesare Manaresi): si tratta però di un attoprivato, col quale il prete milanese Ariberto promette al vescovado di Cremona la cessione dei diritti su una curtis e su un castrum a Bariano. Il primo documento “ufficiale” del Comune in cui compare il termine consules è invece del 4 luglio 1117: lo si veda ne Gli Atti del Comune di Milano fino all’anno MCCXVI, a cura di Cesare Manaresi, Milano 1919, pagg. 3 ÷ 5. 

4) Il testo della dieta di Roncaglia è pubblicato nei Monumenta Germaniae Historica, nel volume contenente le Friderici I Constitutiones, documento n. 176, a pag. 246. In particolare, il comma 6 relativo al divieto di fare alleanze tra città e città, tra persona e persona e persino tra persona e città recita così: Conventicula quoque et omnes coniurationes in civitatibus et extra, etiam occasione parentelae, inter civitatem et civitatem et inter personam et personam sive inter civitatem et personam omnibus modis fieri prohibemus et in preteritum factas cassamus, singulis coniuratorum pena unius librae auri percellendis. Si veda anche M.G.H., DDF I, pagg. 237 ÷ 240.

5) Partecipavano Verona, Venezia, Vicenza, Padova e Treviso.

6) Cremona, Bergamo, Brescia, Mantova, Ferrara e, ovviamente Milano. Si veda la bellissima raffigurazione in bassorilievo del ritorno in città dei Milanesi oggi conservata al Museo del Castello Sforzesco e che nel 1171 adornava l’arco di Porta Romana.

7) L’elenco delle 16 città aderenti: Milano, Lodi, Cremona, Brescia, Bergamo, Piacenza, Parma, Bologna, Modena, Verona, Venezia, Padova, Treviso, Vicenza, Mantova, Ferrara. Ad esse se ne aggiunsero via via altre, altre ancora parteciparono solo saltuariamente.

8) Si veda la carta di donazione in Bruel, IV, pagg. 608 ÷610, n. 3494. Interessante notare che Alberto da Prezzate professava di “ex natione mea lege vivere longobardorum”, cioè seguiva come la maggior parte dei suoi conterranei contemporanei la legge longobarda.

9) Si veda l’edizione del documento nel vol.I de Gli Atti del Comune di Milano... cit., pagg. 5 ÷ 6. L’originale dell’atto è andato perduto, ma esso ci è noto da due passi delle “Storie” del Calco e del Corio, riportati da Manaresi nell’ed.cit.

10) Giovanni Berchet, Il Giuramento di Pontida, vv. 17-24, in Opere, a cura di M.Turchi, Napoli, 1972.

11) Giuseppe Garibaldi, Proclama ai Bergamaschi, (da G.Locatelli Milesi, Garibaldi per Bergamo e i Bergamaschi, in Bergomum 28, 1934, pagg. 97 ÷ 99) citato in D.Paolo Lunardon, o.s.b., Il Giuramento di Pontida (Pontida, 1967, s.e.), pagg. 92 ÷ 94. Riporto un altro brano del proclama: “Quando le città lombarde, stanche di gareggiar tra loro, o di sopportare le infami angherie degli imperatori tedeschi (che si alleavano all’una per combattere o manomettere l’altra) s’accorgevano delle insidie di quei sudici padroni, alzavano un grido di unione e di fratellanza, lasciavano l’aratro e giuravano in Pontida di non viver servi, schiacciavano come rettili in Legnano le nefande soldatesche del barbaro”.

12) Citato in D. Paolo Lunardon, o.s.b., op. cit, pag. 92.

13)
Si legga la recentissima edizione del libretto in: Giuseppe Verdi, Tutti i libretti d’opera, vol. I, a cura di Pietro Mioli (Roma: Newton Compton, 1996), pagg. 282 ÷ 302. L’opera andò in scena per la prima volta a Roma, al Teatro Argentina, il 27 gennaio 1849.

14)  Massimo D’Azeglio, La Lega Lombarda (Pavia: Astra, 1993). Fu pubblicata incompiuta e postuma nel 1871.

15) Giosue Carducci, La Canzone di Legnano, nell’edizione nazionale delle Opere (Bologna: Zanichelli, 1935-40).

16) Ad esempio, di Amos Cassioli si veda il dipinto La Battaglia di Legnano del 1870 conservato a Firenze, presso la Galleria di Arte Moderna, oppure di Massimo d’Azeglio il quadro, con lo stesso soggetto, conservato a Palazzo Pitti, sempre a Firenze.

17) Luigi Tosti, Storia della Lega Lombarda illustrata con note e documenti (Montecassino, 1848) riportato, in un più ampio stralcio, da D.Paolo Lunardon, o.s.b., op. cit., pagg.83 ÷ 86.

18) Carlo Cattaneo, Storia della Lombardia, cap. XXII (Milano: Rusconi, 1992), pag. 101. L’opera è del 1844.

19) Il Patto di Pontida. Commemorazione del 7 aprile 1918 in onore degli studenti caduti per la patria (Bergamo, 1918), citato come i brani seguenti in D. Paolo Lunardon, o.s.b., op. cit., pagg.124 sgg. L’avvenimento ebbe luogo per iniziativa del Comitato Provinciale dell’Unione Generale Insegnanti Italiani e della Lega Anti-austro-tedesca in occasione dell’anniversario del giuramento.

20) Ibidem, p. 124.

21) “Di contro alla non solo rinnovata, ma di tanto cresciuta rabbia tedesca, questi devon essere il sentimento e il proponimento di ogni buono italiano; magis quam gloriosam mortem cum libertate incurrere, quam vitam miserandam servitute servare (meglio incontrare una morte gloriosa con libertà che serbare una vita miseranda con servitù)”. Ibidem, p. 128.

22) “Roncaglia, Pontida, Legnano, Costanza, appartengono alla storia, da secoli tramontata, dei Comuni e dell’Impero germanico: ma nella storia, oggi più che mai viva, della na-zionalità nostra, chiamata ai supremi cimenti contro lo stesso nemico di allora, quei nomi assumono un significato che anche la critica deve riconoscere idealmente legittimo”. Ibidem, p.130

23) Ibidem, p.128.

24)“Il nome di Pontida è d’augurio per l’Italia”.

25) Di queste testimonianze non ho potuto prendere visione diretta; cito pertanto da D.Paolo Lunardon, o.s.b., op.cit., 

26) “Cremonenses, Brixienses, Mediolanenses ad locum suum reversi, Laudenses, Pergamenses, Mantuani hostibus imperii confederati rebellant”. Rahewini Gesta Friderici Im-peratoris. Appendix, in Monumenta Germaniae Historica (M.G.H.), Scriptores rerum Germanicarum in usum schola-rum,1912, pagg. 349.

27)“A.D. 1167. de mense Novembris dominus imperator Federicus intravit in Lombardiam, et venit Brixiam, et devastavit blavas et arbores Brixie et Pergami usque ad montes. Et deinde abiit Romam cum exercitu, et combursit porticum et alam Sancti Petri et obsedit Romam, multorum ab utraque parte nece accepta et acceptis inde obsidibus recessit. Et iterum Lombardi se invicem iuramento insimul pacti sunt. Et imperator Papiam reversus est; et conatus est solvere iuramenta et pacta Lombardorum. Et cum hoc facere nequiverit,in Alamaniam reversus est”. Annales Mediolanenses Minores, in M.G.H., Scriptores (SS), vol. XVIII, pag. 395.

28) “1167. die Iovis 3.Kal. Madii civitates Lombardie insimul concordiam fecerunt, et Mediolanenses statim intus civitatem redierunt, et Terdonam et Alexandriam levaverunt et rehedificaverunt “. Annales Placentini Guelfi, in M.G.H., SSvol. XVIII pag. 413.

29) “1167. die Iovis, 4 Kalendas Madii, civitates Lombardie insimul concordiam fecerunt, et Mediolanenses statim intus civitatem redierunt, et Terdonam rehedificaverunt, atque civitatem Alexandrie hedificaverunt”. Mutii de Modoetia Annales Placentini Gibellini, in M.G.H., SS vol. XVIII 

30) “Et eodem anno (sc. 1167) in die Iovis, 5 Kal. Maii Mediolanenses intraverunt in suam civitatem cum ausilio Brixiensium et Pergamensium et Cremonensium” (“E nello stesso anno giovedì 27 aprile i Milanesi entrarono nella loro città con l’aiuto dei Bresciani, dei Bergamaschi e dei Cremonesi”). Annales Mediolanenses Minores, cit., pag. 395.

31) “Interea cum iam multi res suas exportassent, alii iuxta civitatem Mediolani, alii Cumas, alii Novariam, alii Papiam,alii Laudae, alii ad villas, venerunt Pergamenses primum et Brixenses et Cremonenses 1167, quinta febria, 5 Kal.Madii,et introduxerunt eos in civitatem. Post haec vero Galdinus,qui erat cum papa Alexandro, venit 5 die Septembris”. Annales 

32) “Mediolanense namque, cum multo magis quam alii Longobardi ita opprimerentur, quod nullo modo evadere aut vivere posse puterent, tandem cum Cremonensibus et Pergamensibus atque Brixiensibus seu Mantuanis ac Ferrariensibus colloquium fecerunt. Qui omnes cum insimul coadunati fuissent ac mala et incomoda, a procuratoribus imperatoris et missis sibi illata, vicissim inter se retulissent, melius esse cum honore mori, si opporteret et aliter fieri non posset,quam turpiter et cum tanto dedecore vivere, statuerunt. Quapropter illi statim fedus omnes inter se inierunt et concordiam. Atque pactum, hoc videlicet quod unaqueque civitas adiuvaret alteram, si imperator aut eius procuratores vel missi aliquam iniuriam vel malum amplius sine ratione eis inferre vellent, firmiter inter se firmaverunt ac iureiurando,salva tamen, sicut dicebatur palam, imperatoris fidelitate, corroboraverunt.(...) Quo quidem sic peracto, omnes leto animo ab ipso colloquio separati sunt”. Anonymi Laudensis Continuatio Acerbi Morenae, in M.G.H., SS vol.XVIII. Questa la versione contenuta nei codici B 4 e 5. La versione dei codici A 1 e 2 è più sintetica, ma sostanzialmente uguale. Riguardo al mantenimento della fedeltà all’imperatore, essa riporta che il giuramento era valido “salva tamen semper imperatoris omni fidelitate, quam sibi per hoc pactum infringere nullatenus intendebant” (“fatta salva tuttavia sempre la completa fedeltà all’imperatore, che essi non intendevano infrangere per nessun motivo a causa di questo patto”). Ibidem.

33) Non esiste infatti nessun atto ufficiale che contenga il testo del giuramento del 27 aprile, né tantomeno di quello ipotetico del 7 aprile 1167: gli unici atti ufficiali sulla Lega Lombarda relativi la 1167 sono di un non meglio precisato giorno di marzo, del 22 maggio, del 27 maggio, del 1 dicem-bre e del 28 dicembre. Si veda l’edizione ne Gli Atti del Comune di Milano ... cit. (nella raccolta, gli atti n. 50, 54, 55, 56 e 57). Tutti i documenti relativi alle assemblee della Lega sono contenuti in questa raccolta, ma sono editi anche in Cesare Vignati, Storia Diplomatica della Lega Lombarda (Milano: P.Agnelli, 1866).

34) Bernardino Corio, Historia Patria (Storia di Milano), Torino: UTET, 1978 (Classici UTET, vol. 1, pagg. 228 ÷ 229).

35) “Quibus rebus compositis singularum legati civitatum VII Idus Aprilis ad Pontidense monasterium inter Mediola-num et Bergomum convenere (...). Itaque communi consilio foedus in hanc sententiam percusserunt, se communibus armis libertatem defensuros”. Carlo Sigonio, Historiarum De Regno Italiae ab anno 570 ad annum 1200 libri XX, libroXIV, 777.

36) Si veda su ciò quanto detto in Gian Luigi Barni, Storia di Milano, vol. IV, (Fondazione Treccani, 1954), pagg. 83 ÷ 84, e bibliografia fornita alla nota 5.

37) Si veda su ciò quanto detto in Gian Luigi Barni, Storia di Milano, vol. IV, (Fondazione Treccani, 1954), pagg. 83 ÷ 84, e bibliografia fornita alla nota 5 Si veda l’Enciclopedia Italiana, vol. XI, pagg. 411 ÷ 412 sub voce “Corio, Bernardino”.

38) “Hic Archiepiscopus, summa prudentia, conventu habitu in Ecclesia S.Jacobi de Puntida agri Bergomensis de instauranda iterum Urbe Mediolani cum finitimis civitatibus, votum sui desiderii feliciter implevit: sed morte preaventus non potuit perfrui desideriis optatis”. Citato in D.Paolo Lu-nardon, o.s.b., op. cit., pag. 45.

39) Interessante ciò che sostiene Locatelli Milesi quando afferma che il giuramento non ebbe luogo a Pontida, ma a Bergamo “davanti all’ingresso secondario di S. Maria Maggiore,di facciata al lato della Cattedrale (...). Questa la storia: ma la leggenda persiste a ritenere che la Lega Lombarda sia stata fondata a Pontida”. S. Locatelli Milesi, La Bergamasca, Bergamo, 1942, pag. 269, citato in D. Paolo Lu-nardon, o.s.b., op. cit., pag. 34. Una precisione davvero notevole quella del Locatelli, che ricostruisce il luogo nei minimi dettagli. Su quali basi però, non ci è dato sapere. 

40) ” Lega Lombarda di Pontida. Giorno 7 aprile 1167. Sotto la protezione di papa Alessandro III. I monaci posero”. Si veda la riproduzione delle lapidi in Gian Luigi Barni, op. cit., pagg. 82 ÷ 83. Esse si trovano ancora oggi presso il monastero di San Giacomo di Pontida.

41) Si leggano tali argomentazioni in D. Paolo Lunardon, o.s.b., op.cit., pagg. 35 ÷ 53.

42) Ad esempio, Ferdinand Opll, op.cit, ma anche il volume di A.A.V.V., Federico Barbarossa nel dibattito storiografico in Italia e in Germania (Bologna: Il Mulino, 1982), in particolare il saggio di G. Fasoli, Aspirazioni cittadine e volontà imperiale. Lo stesso vale per Ruddph Wahl, Barbarossa (To-rino: Einaudi 1945). Propensi ad ammettere la realtà storica di Pontida sono Giorgio Giulini, il Momigliano e molti altri. Si legga anche il bellissimo libro di Claudio Roveda, Pontida. Abbazia della Concordia (Pavia: Editoriale Viscontea, 1997). Recentemente, lo storico Ludovico Gatto in due suoi libretti di grande divulgazione: L’Italia dei Comuni e delle Signorie (Roma: Newton Compton,1996), p.41 e Il Medioevo (Roma: Newton Compton, 1994), p.52. Lo stesso fanno molti manuali scolastici. Franco Cardini riporta la tradizione ma la considera leggenda tardiva: Franco Cardini, Il Barbarossa, op. cit., pag. 274 e, in generale, La vera storia della Lega Lombarda (Milano: Arnoldo Mondadori Editore, 1991), passim. E si potrebbe continuare...

43) Ad esempio il Barni, op. cit., pag. 84 (e nota 1).
 

Tutti i diritti sono riservati la riproduzione è vietata eccetto su autorizzazione. Realizzato da Trabucchi Mirko